Ciriff. Calv. 3. 71. Di sangue intriso qual porco nel brago.

Spiace per la sorte della povera umana che l’ha interpretata dal vivo come in uno snuff movie, ma la storia della Dalia Nera di Macerata ha una potenza narrativa straordinaria, a partire dai fantastici irridenti nomi dei due primi sospetti, Innocent e Lucky. Al confronto le pur robuste storie di Ellroy e di Bunker sono davvero “merdine pop”…

L’anti-eroina che si fa d’eroina, la ninfa tossica

Passa in un lampo dai peluche della cameretta ai bling-bling tatuati e gonfi delle cattive compagnie. Una scivolata inarrestabile, come su una lunga spiaggia sintetica, saponata per un ring di cat-fighters. Una lolita senz’arte né parte che si inventa uno scimmiottamento no-pro della professione più antica del mondo e si trova una particina di Agnus Diaboli in un ennesimo estenuato remake. Omonima dell’efferata protagonista di “Baywatch” e di “Barb Wire”, sarà dall’altra parte della lama quando scorrerà il sangue, il suo.

Coro A: “Se l’è cercata! Se l’è cercata!”. Coro B: “Vittima del sistema!”. 

Suggerimenti per il casting: Lindsay Lohan per la sua interpretazione in The Canyons.

Il traghettatore inconsapevole, puttaniere per buon cuore

La storia del passaggio in auto all’autostoppista in fuga è un perfetto new format ibrido di road-movie “de paura” e di “reality porn”. Il novello Caronte passa distrattamente sul suo modesto legno quando una Pippi Calzelunghe un po’ male in arnese ma provocatoriamente vestita gli chiede un passaggio con fare ammiccante. La carica e la ninfetta in astinenza (non da sesso) lo seduce in cambio di un cinquantino tax-free. Segue sesso (sarà stato protetto?) poi lei prosegue verso il suo destino. Ora lui non si dà pace: “Penso sempre a lei, è atroce”. “Ora non resta che il dolore e nessun piacere”, chiosa superbamente l’inviato speciale del Corsera.

Coro A: “Buon samaritano che cede per pietà!”. Coro B: “Castratelo in galera!”

Suggerimenti per il casting: Rutger Hauer per la sua interpretazione in The Hitcher.

Bibì e Bibò dai Cuori di Tenebra (veri nomi di Innocent & Lucky)

Potrebbero fortunosamente non essere assassini di primo grado (nomina omina!). Potrebbero in effetti averle solo venduto una dose tagliata con cipria scaduta, farina 00, polvere di calcestruzzo e zucchero a velo, avergliela iniettata e non averla soccorsa mentre agonizzava (magari solo abusata da incosciente). Una volta ritenutola morta (magari solo in arresto cardiaco), giustamente preoccupati per un pregiudizio razziale nei loro confronti, hanno cercato un metodo rispettoso delle tradizioni della nazione che li ospita per un riciclaggio ecosostenibile del cadavere (mica l’hanno bollita per mangiarsela!).

Coro A: “Impiccateli più in alto!”. Coro B: “Risorse non perfettamente integrate!”. 

Suggerimenti per il casting: Forest Whitaker (entrambi i ruoli) per la sua interpretazione in The Last King of Scotland. 

Il giustiziere col pizzetto che suona il clarino nei “Saluto Romano Dixie Band”

Un nero, bianco come Dita Von Teese, che sviluppa un’insopportabile inferiorità nei confronti di un nero, ma nero per davero, con nero pistolone fumante. Avremmo almeno potuto sperare in un giovane guerriero evoliano con Cavalcare la Tigre nel tascapane che si getta sul preciso bersaglio col pugnale tra i denti e colpisce senza lasciare scampo, A FERRO FREDDO (D’Annunzio). Invece sul suo smartphone gli inquirenti hanno solo trovato un clip dei fascisti dell’Illinois, tra due video di Blacks on Blondes, ed è andato in giro a sparacchiare a caso da un’auto in prestito come in un “terron tour” qualsiasi.

Coro A: “Onore al camerata che sbaglia (bersaglio)!”. Coro B: “Fascisto tristo epìgono, torna al polìgono!”

Suggerimenti per il casting: Woody Harrelson per la sua interpretazione in Natural Born Killers.

Puro mito contemporaneo, solo anti-Eroi sub-mortali ad agitarsi nel loro brago. I vecchi Dei son tutti morti, ed anche la Divinità Unica non si sente troppo bene. 

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Ivan Schiavone è un giovin signore precario, perfetto risultato dell’elitismo e dell’etilismo pauperista della “sapiente” accademia italiana. Coltissimo “de dicto” e “de re”, sbarca il lunario espiando la sua vocazione letteraria in istituti educativi che forse tra un secolo esporranno targhe commemorative ricordando il suo sacrificio in essi consumatosi.

I RichKids di Instragram collezionano escort e Lambo, egli colleziona collane letterarie presso editori indipendenti. Per non accumulare troppo karma e non illuminarsi subito in questa vita, diffonde deliranti manifesti movimentistico-letterari, per par condicio ugualmente incomprensibili ed alieni al volgo livido e forcaiolo come ai letterati buonanima e bellanima. Insomma, pipponi apocalittici da Alfabetizzati di ritorno.

Ultimo ma non ultimo, scrive. Lo stile c’è, la materia pure. Avercene, si direbbe. Tutto bene, allora? Beh, rimane un vago senso di insoddisfazione, di incompiutezza. Manca un po’ di misura. Un eccesso di turgore mitteleuropeo. Troppi tristi tropi. Per carità, viva il cannocchiale aristotelico piuttosto che il RayBan o la Kefya poetante, ma troppa Ars Rhetorica diventa sabbia cognitiva ed estetica. 

Ma vivaddio ogni tanto anch’egli ci apparecchia rovine più equilibrate per nostro gusto e godimento: ad esempio, nella “sesti nascosti” le parole-rima (ancora più efficaci “in incognito”) impongono una sorta di melodia tonale, uno spiaggiamento di senso senza elmetto ideologico, che ci avrebbero fatto piangere un Marcuse od un Adorno. 

In una delle recenti “tavole” realizzate per VersoDove appare incoativamente il “sacrificio del cavallo” della tradizione vedica. Come il corpo decapitato dell’Acéphale di Bataille e Masson ha debenjaminizzato l’arte e la critica de “l’entre-deuxguerres”, il brutalismo bestiale e necrofilo della “Tavola n. 13” ha sdoganato nella sua poetica un realismo mitologico potente, immediato, ma non per questo meno linguisticamente accorto e controllato. Daje, Ivan!

Federico Scaramuccia, Canto del rivolgimento, Salerno, Oèdipus, 2016

Quindici anni dopo la stesura della sua prima Lacrima (e cinque anni dopo la sua prima edizione), Scaramuccia ci consegna il suo secondo libro sacro. Cresciuto a pane e bibbia, si è concesso in questi quindici anni varie vacanze profane – più o meno stilisticamente e contenutisticamente prodighe – ma è infine magistralmente tornato alla casa del padre.

Questa volta non è un libro dell’apocalisse piuttosto una raccolta di salmi non-evenemenziali sul panorama di rovine religiose e morali della contemporaneità. Le rime, sia pure asperrime, ci risparmiano tuttavia il poeticamente corretto. La lingua, anche quando trucida come quella di un Dante o di un Ellroy, è un faro gelido di dissezione, non vanità estrema di moralista.

Nei titoli e sottotitoli, così come nel lessico, la bibbia diodaticamente entro gli rugge, ed evita allo Scaramuccia la sindrome dell’anima bella che consuma tanti giovani (e meno) talenti (e meno) della letteratura contemporanea. Al canto indignato si sostituisce il sacralmente scorretto. Dio è così grande che non lo si vede proprio. Non lo invoca ad ogni riga, perché conosce la teodicea.

Si narra tra i “cognoscenti” che il corrente titolo non fosse quello originariamente scelto dall’autore. Esso poco azzeccava ma lo Scaramuccia v’era affezionato da anni, come tutti sapevano. Con già il testo in bozze, gli fu furato da un noto facitore e collezionista di “infinite lasse pietrogettanti” (Cortellessa).

Allo scornato e prostrato Scaramuccia, incerto sul che fare, fece visita lo Spirito Santo che gli soffiò nell’orecchio lo strepitoso titolo attuale. Quale migliore, sottile prova della divina provvidenza, che assiste i fedeli ed accieca i teominkia?

Paolo R.R. Rossi

Il titolo è importante. Stando ai “trivia” di IMDB, Nicolas Winding Refn, mentre dirigeva Vithaya Pansringarm nel ruolo dello spietato Chang ad ogni scena gli sussurrava all’orecchio “Ricordati che sei Dio”. Bella contraddizione col titolo, no? Mentre tutti gli altri personaggi del film sono fin troppo noti nella filmografia contemporanea, monumenti di immoralità e violenza, come la Madre e il Fratello, o di impotenza e fallimento, come Julian, Chang rappresenta l’irruzione sullo schermo di un archetipo antico e quasi mai messo in scena dai registi occidentali: un Dio al tempo stesso giusto e crudele. Una divinità vetero-testamentaria, uno Yahweh o uno Shiva, per intendersi.

 

La figura di Chang è così perturbante perché siamo abituati ai “buoni” che, anche se debbono ricorrere alla violenza, usano un codice cavalleresco (si pensi a Tex o a 007). Un poliziotto-Dio che uccide una donna a sangue freddo non si era mai visto. Non lo fa con gusto, ma neanche con dispiacere. Lo fa con l’indifferenza del giustiziere.

 

“Solo Dio perdona” ha l’eleganza formale di un Salmo biblico politicamente scorretto (ad esempio [68:24] “Perché tu i tuoi piedi possa lavarti nel loro sangue, perché non manchi di bocconi umani la lingua dei tuoi cani.”) o la potenza narrativa di una scena del Mahabahrata (ad esempio quando Virabhadra, l’avatar formato da una treccia di Shiva, orrendamente massacra tutti coloro che hanno causato la morte di Sati). Refn usa la stessa somma indifferenza verso le aspettative del pubblico e (soprattutto, per fortuna, diremmo noi) dei critici.

 

  1. Svedese ci mostra il sedere
  2. Super Sedere
  3. iniezione al sedere
  4. Super ragazza che muove il sedere a tempo di musica in modo …
  5. Natiche – Wikipedia
  6. Depilare il sedere da sola
  7. il tuo sedere è igienico?
  8. sedere – Dizionario italiano-inglese
  9. la sexy reporter vuole farsi autografare il sedere
  10. Coniugazione verbo sedere

 Primi 10 risultati per ricerca su “sedere” in Google.it, il 14/01/12

 

Il vocabolo italiano sedere è sia sostantivo sia verbo. Embè, direte voi? Beh, sintetizzando un po’ volgarmente ma efficacemente, per chi non ama l’analisi grammaticale, potremmo dire che ci si siede col culo. Vale a dire che non si può parlare della seduta senza considerare le natiche. Nel sedersi, sedia e fondoschiena sono come il recto e il verso del foglio. Non è cosa cosi ovvia come potrebbe sembrare. La posizione eretta, una delle grandi tappe dell’evoluzione umana, non ha una parte specifica del corpo così identificata, né un attrezzo dedicato. La posizione seduta non gode di altrettanta fama e stima, ed anzi spesso questa postura assume connotati di pigrizia e di immobilità. Culo di pietra è un giornalista che non lascia mai la sua scrivania e non muove il culo, è pigro e fermo e comunque si è ormai seduto.

 

Tutti i bipedi godono di glutei particolarmente sviluppati, ma solo l’uomo ha sviluppato questa particolare contraddizione tra una dotazione di un sedere particolarmente tornito e l’invenzione di uno strumento come la sedia, la cui seduta è piatta per antonomasia. La prima scena erotica della famosa Histoire de l’oeil di Bataille (1928) inizia con un gioco di parole. “Les assiettes, c’est fait pour s’assoir. Je m’assois dans l’assiette.”, sentenzia Simone prima di appoggiare il suo sedere, la sua nuda carne rosa e nera, sul piattino del latte per il gatto. Potremmo tentare di renderlo in italiano così: “Se è piatto, è fatto per sedercisi”, dimostrando così come l’apparente contraddizione tra le elastiche curve del deretano e il rigido sostegno della seduta è in realtà avvertita come convenzione stabilita.

 

Come la tradizione plurimillenaria dello yoga ha dimostrato e codificato nelle sue asana, esistono decine di migliaia di posture tra lo sdraiato e l’eretto, tra shavasana, la posizione del cadavere, che giace come l’orizzonte, e tadasana, la montagna, antenna tra la terra e il cielo. Il seduto su un attrezzo dedicato è in qualche modo una postura occidentale, oltre che piuttosto accidentale. Ai visitatori del palazzo di Cnosso a Creta viene mostrato uno strano manufatto da una finestrella, che le guide locali asseriscono essere il primo complesso tazza WC – sciacquone della storia, risalente a 4000 anni fa. Si confronti con la cosiddetta turca… avremmo forse potuto sommessamente suggerire al seriosissimo Huntington che fosse proprio qui, entre les fesses, l’origine del Clash of Civilization tra Oriente e Occidente, senza incomodare sistemi di pensiero e religioni?

 

http://www.vanityfair.com/culture/2012/01/hitchens-201201

Ho appena letto questo post, uno degli ultimi di Hitchens. E’ una testimonianza umana toccante. Racconta la sua terapia anti-cancro e le sue sofferenze con una intensità ed una immediatezza difficile da sopportare. Ne trae spunto per commentare la famosa ed abusata frase di Nietzsche: “ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Non è certo una di quelle frasi per cui il filosofo tedesco vale la pena (e che pena) di essere ricordato.

E’ una di quelle frasi ad effetto che si appiccano come carta moschicida su alcuni grandi, impopolari autori e si ritorcono loro contro. Basti pensare alla famosa frase di Ezra Pound “se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee, o non vale niente lui, o non valgono nulla le sue idee”. Frasona movimentista che ha avuto gran successo anche (o soprattuto) a sinistra, dove per altro viene spesso citata come fosse anonima (vuoi mai… con meravigliosa contraddizione della frase stessa!).

Hitchens se la sceglie, e si appiccica addosso anche a lui. L’analisi, che immagino l’autore presupponesse dura e cruda, rivela ahimè soltanto l’incapacità – o la mancanza di volontà – di andare oltre al lettura “letterale”. Non v’è dubbio che molte cose, prima di ucciderci, ci rendono (anche) (molto) più deboli – come le malattie, ad esempio. Chissà, forse quel mattacchione di Friedrich voleva suggerire qualcos’altro, oltre a virtù proto-Rambesche…? o forse no.

Ma tant’è. Non lo sapremo comunque mai da Hutchins che, torturato dai lancinanti dolori della chemioterapia, se la prende con l’incauta frase nicciana. Ma aldilà del caso contingente, non è d’altronde questa sfuriata l’essenza dell’ateismo di Hutchins? Il non ammettere nulla oltre il letterale? Penso che per lui, come per molti contemporanei, l’ateismo sia una sindrome da “Re nudo”. Il gusto di rivelare alla folla che a guardare bene non c’è niente da vedere. Ateo come “apòta”, insomma, “colui che non la beve”…

E’ assolutamente vero, “le vesti nuove” non esistono. Ma il punto è che non le vede nessuno nemmeno nella favola: sono le circostanze, gli interessi, le convenienze che ne creano la finzione. No, caro Chris, Friedrich non voleva che tu godessi dei tuoi tormenti esofagei e no, non crediamo che tu ora bruci all’inferno. Quanta intelligenza e creatività si potrebbe recuperare se gli atei militanti si convincessero che i teologi non credono nel Dio in cui non credono gli atei…

«voi che cantate gloriosamente per i pascoli dell’aldilà
ditemi se per entrare nel regno con voi
basta che ognuno si occupi dei fatti suoi
o se lassù ci son poveri, razza e color come qui… »

La pelle nera, Nino Ferrer,1967

http://www.youtube.com/watch?v=kkl5LXgwtsk&feature=related


Nel gergo delle tecnologie digitali, skin è un’apparenza grafica che può essere data (e cambiata) a programmi ed a siti web in modo che gli stessi possano apparire completamente diversi al mutare dell’utenza: obiettivi, argomenti, gusti e così via possono determinare la scelta della “pelle” più adatta all’interazione. E’ uno dei tanti vantaggi del mondo virtuale… I soggetti del mondo fisico non godono di altrettanta versatilità. Gli esseri umani, che prestano la loro unica epidermide per la metafora della pelle digitale, al massimo possono “truccarla” con notevole dispendio di tempo, arte e fatica… non è un caso che il truccatore sia un profilo professionale altamente specializzato nel mondo dei media.

Mustafa intitola il suo recente libro fotografico About skin. Difficile immaginare un titolo più azzeccato: narrare umani come nature morte, e territori come fotomodelli… inventando per loro nuove, mutevoli pelli digitali. Ecco la cifra stilistica di Mustafa, che lo rende il perfetto barocco contemporaneo. Quando c’è oscenità, non è frusta esibizione iperrealistica, ma un lavoro etimologico, appunto il riportare in scena ciò che ne è scivolato fuori. Ci mostra ciò che è divenuto “osceno” nella fotografia “glamour”: ed è ciò che qui ritroviamo, equanimamente distribuito nei ritratti e nei paesaggi: il piatto, il livido, il grigio, il nebbioso, l’appassito, il grinzoso.

Mustafa è più che un anti-photoshopper: è un vero e proprio anti-truccatore. In effetti, egli crea il portento, il mostro nell’accezione medievale, ciò che meraviglia perché esce drammaticamente dalla norma cognitiva consolidata e sfida il consenso estetico fossilizzato dalla doxa socio-mediale. Particolarmente significativo è che Mustafa non è (solo) un artista d’avanguardia… ma lavora con grande successo nel fashion business. Lungi dal dimidiarlo, questa convivenza/connivenza ne esalta il linguaggio espressivo. Come per i territori carichi di storia, la tensione tra “conservazione” e “mutamento” è inesauribile motore di controversia e di creatività. E allora Mustafa non mollare… parla sempre poco e scatta molto!