Ivan Schiavone è un giovin signore precario, perfetto risultato dell’elitismo e dell’etilismo pauperista della “sapiente” accademia italiana. Coltissimo “de dicto” e “de re”, sbarca il lunario espiando la sua vocazione letteraria in istituti educativi che forse tra un secolo esporranno targhe commemorative ricordando il suo sacrificio in essi consumatosi.

I RichKids di Instragram collezionano escort e Lambo, egli colleziona collane letterarie presso editori indipendenti. Per non accumulare troppo karma e non illuminarsi subito in questa vita, diffonde deliranti manifesti movimentistico-letterari, per par condicio ugualmente incomprensibili ed alieni al volgo livido e forcaiolo come ai letterati buonanima e bellanima. Insomma, pipponi apocalittici da Alfabetizzati di ritorno.

Ultimo ma non ultimo, scrive. Lo stile c’è, la materia pure. Avercene, si direbbe. Tutto bene, allora? Beh, rimane un vago senso di insoddisfazione, di incompiutezza. Manca un po’ di misura. Un eccesso di turgore mitteleuropeo. Troppi tristi tropi. Per carità, viva il cannocchiale aristotelico piuttosto che il RayBan o la Kefya poetante, ma troppa Ars Rhetorica diventa sabbia cognitiva ed estetica. 

Ma vivaddio ogni tanto anch’egli ci apparecchia rovine più equilibrate per nostro gusto e godimento: ad esempio, nella “sesti nascosti” le parole-rima (ancora più efficaci “in incognito”) impongono una sorta di melodia tonale, uno spiaggiamento di senso senza elmetto ideologico, che ci avrebbero fatto piangere un Marcuse od un Adorno. 

In una delle recenti “tavole” realizzate per VersoDove appare incoativamente il “sacrificio del cavallo” della tradizione vedica. Come il corpo decapitato dell’Acéphale di Bataille e Masson ha debenjaminizzato l’arte e la critica de “l’entre-deuxguerres”, il brutalismo bestiale e necrofilo della “Tavola n. 13” ha sdoganato nella sua poetica un realismo mitologico potente, immediato, ma non per questo meno linguisticamente accorto e controllato. Daje, Ivan!

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Federico Scaramuccia, Canto del rivolgimento, Salerno, Oèdipus, 2016

Quindici anni dopo la stesura della sua prima Lacrima (e cinque anni dopo la sua prima edizione), Scaramuccia ci consegna il suo secondo libro sacro. Cresciuto a pane e bibbia, si è concesso in questi quindici anni varie vacanze profane – più o meno stilisticamente e contenutisticamente prodighe – ma è infine magistralmente tornato alla casa del padre.

Questa volta non è un libro dell’apocalisse piuttosto una raccolta di salmi non-evenemenziali sul panorama di rovine religiose e morali della contemporaneità. Le rime, sia pure asperrime, ci risparmiano tuttavia il poeticamente corretto. La lingua, anche quando trucida come quella di un Dante o di un Ellroy, è un faro gelido di dissezione, non vanità estrema di moralista.

Nei titoli e sottotitoli, così come nel lessico, la bibbia diodaticamente entro gli rugge, ed evita allo Scaramuccia la sindrome dell’anima bella che consuma tanti giovani (e meno) talenti (e meno) della letteratura contemporanea. Al canto indignato si sostituisce il sacralmente scorretto. Dio è così grande che non lo si vede proprio. Non lo invoca ad ogni riga, perché conosce la teodicea.

Si narra tra i “cognoscenti” che il corrente titolo non fosse quello originariamente scelto dall’autore. Esso poco azzeccava ma lo Scaramuccia v’era affezionato da anni, come tutti sapevano. Con già il testo in bozze, gli fu furato da un noto facitore e collezionista di “infinite lasse pietrogettanti” (Cortellessa).

Allo scornato e prostrato Scaramuccia, incerto sul che fare, fece visita lo Spirito Santo che gli soffiò nell’orecchio lo strepitoso titolo attuale. Quale migliore, sottile prova della divina provvidenza, che assiste i fedeli ed accieca i teominkia?

Paolo R.R. Rossi

Il titolo è importante. Stando ai “trivia” di IMDB, Nicolas Winding Refn, mentre dirigeva Vithaya Pansringarm nel ruolo dello spietato Chang ad ogni scena gli sussurrava all’orecchio “Ricordati che sei Dio”. Bella contraddizione col titolo, no? Mentre tutti gli altri personaggi del film sono fin troppo noti nella filmografia contemporanea, monumenti di immoralità e violenza, come la Madre e il Fratello, o di impotenza e fallimento, come Julian, Chang rappresenta l’irruzione sullo schermo di un archetipo antico e quasi mai messo in scena dai registi occidentali: un Dio al tempo stesso giusto e crudele. Una divinità vetero-testamentaria, uno Yahweh o uno Shiva, per intendersi.

 

La figura di Chang è così perturbante perché siamo abituati ai “buoni” che, anche se debbono ricorrere alla violenza, usano un codice cavalleresco (si pensi a Tex o a 007). Un poliziotto-Dio che uccide una donna a sangue freddo non si era mai visto. Non lo fa con gusto, ma neanche con dispiacere. Lo fa con l’indifferenza del giustiziere.

 

“Solo Dio perdona” ha l’eleganza formale di un Salmo biblico politicamente scorretto (ad esempio [68:24] “Perché tu i tuoi piedi possa lavarti nel loro sangue, perché non manchi di bocconi umani la lingua dei tuoi cani.”) o la potenza narrativa di una scena del Mahabahrata (ad esempio quando Virabhadra, l’avatar formato da una treccia di Shiva, orrendamente massacra tutti coloro che hanno causato la morte di Sati). Refn usa la stessa somma indifferenza verso le aspettative del pubblico e (soprattutto, per fortuna, diremmo noi) dei critici.

 

  1. Svedese ci mostra il sedere
  2. Super Sedere
  3. iniezione al sedere
  4. Super ragazza che muove il sedere a tempo di musica in modo …
  5. Natiche – Wikipedia
  6. Depilare il sedere da sola
  7. il tuo sedere è igienico?
  8. sedere – Dizionario italiano-inglese
  9. la sexy reporter vuole farsi autografare il sedere
  10. Coniugazione verbo sedere

 Primi 10 risultati per ricerca su “sedere” in Google.it, il 14/01/12

 

Il vocabolo italiano sedere è sia sostantivo sia verbo. Embè, direte voi? Beh, sintetizzando un po’ volgarmente ma efficacemente, per chi non ama l’analisi grammaticale, potremmo dire che ci si siede col culo. Vale a dire che non si può parlare della seduta senza considerare le natiche. Nel sedersi, sedia e fondoschiena sono come il recto e il verso del foglio. Non è cosa cosi ovvia come potrebbe sembrare. La posizione eretta, una delle grandi tappe dell’evoluzione umana, non ha una parte specifica del corpo così identificata, né un attrezzo dedicato. La posizione seduta non gode di altrettanta fama e stima, ed anzi spesso questa postura assume connotati di pigrizia e di immobilità. Culo di pietra è un giornalista che non lascia mai la sua scrivania e non muove il culo, è pigro e fermo e comunque si è ormai seduto.

 

Tutti i bipedi godono di glutei particolarmente sviluppati, ma solo l’uomo ha sviluppato questa particolare contraddizione tra una dotazione di un sedere particolarmente tornito e l’invenzione di uno strumento come la sedia, la cui seduta è piatta per antonomasia. La prima scena erotica della famosa Histoire de l’oeil di Bataille (1928) inizia con un gioco di parole. “Les assiettes, c’est fait pour s’assoir. Je m’assois dans l’assiette.”, sentenzia Simone prima di appoggiare il suo sedere, la sua nuda carne rosa e nera, sul piattino del latte per il gatto. Potremmo tentare di renderlo in italiano così: “Se è piatto, è fatto per sedercisi”, dimostrando così come l’apparente contraddizione tra le elastiche curve del deretano e il rigido sostegno della seduta è in realtà avvertita come convenzione stabilita.

 

Come la tradizione plurimillenaria dello yoga ha dimostrato e codificato nelle sue asana, esistono decine di migliaia di posture tra lo sdraiato e l’eretto, tra shavasana, la posizione del cadavere, che giace come l’orizzonte, e tadasana, la montagna, antenna tra la terra e il cielo. Il seduto su un attrezzo dedicato è in qualche modo una postura occidentale, oltre che piuttosto accidentale. Ai visitatori del palazzo di Cnosso a Creta viene mostrato uno strano manufatto da una finestrella, che le guide locali asseriscono essere il primo complesso tazza WC – sciacquone della storia, risalente a 4000 anni fa. Si confronti con la cosiddetta turca… avremmo forse potuto sommessamente suggerire al seriosissimo Huntington che fosse proprio qui, entre les fesses, l’origine del Clash of Civilization tra Oriente e Occidente, senza incomodare sistemi di pensiero e religioni?

 

http://www.vanityfair.com/culture/2012/01/hitchens-201201

Ho appena letto questo post, uno degli ultimi di Hitchens. E’ una testimonianza umana toccante. Racconta la sua terapia anti-cancro e le sue sofferenze con una intensità ed una immediatezza difficile da sopportare. Ne trae spunto per commentare la famosa ed abusata frase di Nietzsche: “ciò che non mi uccide mi rende più forte”. Non è certo una di quelle frasi per cui il filosofo tedesco vale la pena (e che pena) di essere ricordato.

E’ una di quelle frasi ad effetto che si appiccano come carta moschicida su alcuni grandi, impopolari autori e si ritorcono loro contro. Basti pensare alla famosa frase di Ezra Pound “se un uomo non è disposto a rischiare per le sue idee, o non vale niente lui, o non valgono nulla le sue idee”. Frasona movimentista che ha avuto gran successo anche (o soprattuto) a sinistra, dove per altro viene spesso citata come fosse anonima (vuoi mai… con meravigliosa contraddizione della frase stessa!).

Hitchens se la sceglie, e si appiccica addosso anche a lui. L’analisi, che immagino l’autore presupponesse dura e cruda, rivela ahimè soltanto l’incapacità – o la mancanza di volontà – di andare oltre al lettura “letterale”. Non v’è dubbio che molte cose, prima di ucciderci, ci rendono (anche) (molto) più deboli – come le malattie, ad esempio. Chissà, forse quel mattacchione di Friedrich voleva suggerire qualcos’altro, oltre a virtù proto-Rambesche…? o forse no.

Ma tant’è. Non lo sapremo comunque mai da Hutchins che, torturato dai lancinanti dolori della chemioterapia, se la prende con l’incauta frase nicciana. Ma aldilà del caso contingente, non è d’altronde questa sfuriata l’essenza dell’ateismo di Hutchins? Il non ammettere nulla oltre il letterale? Penso che per lui, come per molti contemporanei, l’ateismo sia una sindrome da “Re nudo”. Il gusto di rivelare alla folla che a guardare bene non c’è niente da vedere. Ateo come “apòta”, insomma, “colui che non la beve”…

E’ assolutamente vero, “le vesti nuove” non esistono. Ma il punto è che non le vede nessuno nemmeno nella favola: sono le circostanze, gli interessi, le convenienze che ne creano la finzione. No, caro Chris, Friedrich non voleva che tu godessi dei tuoi tormenti esofagei e no, non crediamo che tu ora bruci all’inferno. Quanta intelligenza e creatività si potrebbe recuperare se gli atei militanti si convincessero che i teologi non credono nel Dio in cui non credono gli atei…

«voi che cantate gloriosamente per i pascoli dell’aldilà
ditemi se per entrare nel regno con voi
basta che ognuno si occupi dei fatti suoi
o se lassù ci son poveri, razza e color come qui… »

La pelle nera, Nino Ferrer,1967

http://www.youtube.com/watch?v=kkl5LXgwtsk&feature=related


Nel gergo delle tecnologie digitali, skin è un’apparenza grafica che può essere data (e cambiata) a programmi ed a siti web in modo che gli stessi possano apparire completamente diversi al mutare dell’utenza: obiettivi, argomenti, gusti e così via possono determinare la scelta della “pelle” più adatta all’interazione. E’ uno dei tanti vantaggi del mondo virtuale… I soggetti del mondo fisico non godono di altrettanta versatilità. Gli esseri umani, che prestano la loro unica epidermide per la metafora della pelle digitale, al massimo possono “truccarla” con notevole dispendio di tempo, arte e fatica… non è un caso che il truccatore sia un profilo professionale altamente specializzato nel mondo dei media.

Mustafa intitola il suo recente libro fotografico About skin. Difficile immaginare un titolo più azzeccato: narrare umani come nature morte, e territori come fotomodelli… inventando per loro nuove, mutevoli pelli digitali. Ecco la cifra stilistica di Mustafa, che lo rende il perfetto barocco contemporaneo. Quando c’è oscenità, non è frusta esibizione iperrealistica, ma un lavoro etimologico, appunto il riportare in scena ciò che ne è scivolato fuori. Ci mostra ciò che è divenuto “osceno” nella fotografia “glamour”: ed è ciò che qui ritroviamo, equanimamente distribuito nei ritratti e nei paesaggi: il piatto, il livido, il grigio, il nebbioso, l’appassito, il grinzoso.

Mustafa è più che un anti-photoshopper: è un vero e proprio anti-truccatore. In effetti, egli crea il portento, il mostro nell’accezione medievale, ciò che meraviglia perché esce drammaticamente dalla norma cognitiva consolidata e sfida il consenso estetico fossilizzato dalla doxa socio-mediale. Particolarmente significativo è che Mustafa non è (solo) un artista d’avanguardia… ma lavora con grande successo nel fashion business. Lungi dal dimidiarlo, questa convivenza/connivenza ne esalta il linguaggio espressivo. Come per i territori carichi di storia, la tensione tra “conservazione” e “mutamento” è inesauribile motore di controversia e di creatività. E allora Mustafa non mollare… parla sempre poco e scatta molto!

«I seni delle martiri sono grandi globi carnosi, che urlerebbero la loro disperazione di reclusi se non fossero così strettamenti legati e imbavagliati.  Talvolta, in sogno, sentiamo la punta del piede o il tallone affondarvi. E ne percepiamo un fremito nascosto, una muta invocazione d’aiuto. Allora sognamo di saltar su, bloccare la crudele padrona, tagliarne i legacci e rendere loro la libertà.»

 R. Gomez de la Serna, Seni, 1918

http://it.wikipedia.org/wiki/Sant’Agata

http://it.wikipedia.org/wiki/Sexy_Cora

Agata nacque a Catania in una famiglia siciliana ricca e nobile, intorno al 230. Si consacrò a Dio all’età di 15 anni. Nel periodo fra il 250 e il 251 il proconsole romano Quinziano s’invaghì della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani.

Carolin Ebert (o Berger, secondo altre fonti) nacque a Berlino nel 1987. Appena diciottenne si sposò con Tim Wosnitza, suo pigmalione, e si consacrò allo show business. Cominciò ad esibirsi come cantante pop, web-girl e modella. Ottenne rapida notorietà grazie alla partecipazione all’edizione tedesca del Grande Fratello, nel 2009.

Il proconsole affidò Agata alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia e delle sue figlie, persone molto corrotte. Afrodisia era una sacerdotessa di Venere o di Cerere, dedita alla prostituzione sacra. Il fine di tale affidamento era la corruzione morale di Agata, per sottometterla alle voglie di Quinziano, trascinando la giovane catanese nei ritrovi dionisiaci e relative orge, molto diffuse a Catania.

Divenuta attrice hard con il nome di Sexy Cora, Carolin tentò di entrare nel Guiness dei primati con una performance di sesso orale con 200 uomini. Tuttavia, fu ospitalizzata dopo il settantacinquesimo atto. Malgrado questa disavventura, nel 2010 vinse due prestigiosi premi “Venere” nelle categorie migliore attrice non protagonista e migliore linea di sex toys.

Come ultimo atto, Quinziano convocò Agata al palazzo pretorio. Breve fu il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con l’intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all’ultima violenza, il 5 febbraio 251, spirò nella sua cella. Agata aveva 21 anni.

L’11 gennaio 2011, Carolin si sottopose al suo sesto intervento di mastoplastica additiva, per passare da una sesta ad una settima misura di seno. Durante l’operazione, che prevedeva l’iniezione di ulteriori 800g di silicone in ciascuna mammella, ebbe un attacco di cuore. Morì dopo nove giorni di coma per danni cerebrali irreversibili. I chirurghi furono accusati di omicidio preterintezionale. Carolin aveva 23 anni.